Correre in pausa pranzo

In questo articolo:

La corsa durante la pausa pranzo non toglie nulla al tuo lavoro e aggiunge tanto alla tua giornata, questo è il senso più stretto dell’allenamento alle 13.30 in città. Quelli che corrono e quelli che fanno pausa e basta e le due cose, per noi runner, spesso coincidono in un intervallo che tonifica.

Metti il badge nella tasca dei pantaloncini, infili la maglietta, allacci le scarpe e scappi via. Segni il tempo e lo spazio. Sulle strade che percorri, ogni quartiere ha la sua routine, come i km che metti in fila. A volte lenti e altre più veloci.

UFFICIO – GARBATELLA – PIRAMIDE – TESTACCIO – LUNGOTEVERE – GHETTO – VIA DEI CERCHI – CIRCO MASSIMO – CARACALLA – VIA APPIA – PORTA SAN SEBASTIANO – UFFICIO

Correre a pranzo è un privilegio per chi ha tempo, un sacrificio da conquistare per chi ne ha poco. Ogni volta, sulla sedia dell’ufficio, poco prima di cambiarti, combatti con la voglia di mettere la fatica ad anni luce da te. Ma poi lo sai che dopo starai meglio e sarai fiero, solo un po’, di te.

Non ascoltare i colleghi al bar, non pensare al tuo pranzo perfetto, oggi devi fare uno scarico, ma devi farlo, lo sai e lo sa anche la tabella di avvicinamento all’ennesima linea di partenza.

Correre a pranzo è il tempo che non basta per fare un allenamento di qualità, per quello c’è sempre il silenzio dell’alba. E’ il tempo che non basta per mettere un lavoro lungo sulle gambe, per quello c’è il week end.  Correre a pranzo è come correre lavorando. Ogni quartiere, attraversato sempre alla stessa ora, ha i suoi ritmi e ripetizioni di volti. Percorri, per 2/3 giorni a settimana, le strade di paesi dentro la città.

UFFICIO – GARBATELLA – PIRAMIDE – TESTACCIO – LUNGOTEVERE – GHETTO – VIA DEI CERCHI – CIRCO MASSIMO – CARACALLA – VIA APPIA – PORTA SAN SEBASTIANO – UFFICIO

Un cerchio dentro la città e nella tua testa e impone un ritmo da metronomo, ripetitivo e rutilante, musica in cuffia e le stagioni che colorano la cornice della città.

Quello che vedi è di sfuggita, ma non così tanto da non restare incuriosito dalle scene che passano tra frame di un piano sequenza.

Gli odori delle cucine di Eataly che a quell’ora sono un vero tormento da superare correndo.

I pendolari della stazione Piramide, camminano veloci tra marciapiedi e taxi disordinati e la testa piena di pensieri.

Ci sono i gruppi di studenti usciti delle scuole di via Galvani a Testaccio, disordinati e schiamazzanti.

Poi ci sono le cose fisse, come la signora con il cappotto rosso alla fermata del 23 di via Marmorata, 13:45 secche, ci puoi chiudere una ripetuta e lei sarà ferma in quel punto.

La macchina blu, sul Lungotevere Aventino, con dentro un uomo e una donna, che spesso parlano, a volte si tengono stretti altre neppure si guardano. Il pensiero va ad un amore clandestino, tormentato, difficile da mettere al sole.

Le coppie di ragazzi di ritorno dai controlli dell’ospedale dell’Isola Tiberina, camminano piano, una cartella con le analisi sotto braccio e una mano sulla pancia a sperare il meglio per il loro domani.

Il Ghetto di Roma, un punto fermo della città, odori, gesti, controlli, attenzioni e fantasie.

La spianata del Circo Massimo, sconfinata con i turisti che si sentono persi e accolti nello stesso istante.

Sei quasi alla fine del giro, un saluto a quelli forti che orbitano a Caracalla.

Da lì prendi il punto zero della linea retta di Via Appia.

In fine Porta San Sebastiano è il traguardo, ancora un ultimo km e sei arrivato.

Il tuo badge immaginario ha segnato il lavoro sulle gambe e il gps unito le linee della città.

Hai fatto tutto il giro anche oggi, è andata come speravi, hai corso come non avresti sperato.

Ufficio, doccia, punto e a capo.

A lavoro.

Marco Raffaelli