Cos’è l’amore?

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Cos’è l’amore? – si chiese guardandosi le dita che giravano veloci intorno ai lacci delle sue scarpe bianche, quasi pronta per l’ennesima corsa a cui andava incontro, in quella New York in cui aveva desiderato per tanto tempo tornare. Si rialzò muovendosi delicatamente, mosse le dita dentro i calzini, provò a flettere i piedi e si girò verso lo specchio che copriva tutta la parete di quella stanza d’hotel sulla 39esima strada.

Con la punta dell’indice destro sistemò il reggiseno sportivo, controllò che il pantaloncino fosse posizionato al meglio e si decise ad indossare la maglia blu e bianca della gara. Mancavano pochi minuti e sarebbe dovuta uscire per raggiungere l’autobus che l’avrebbe portata alla partenza. Era pronta. Mise nello zaino trasparente gli abiti asciutti da ritirare all’arrivo, controllò dietro di sé di aver preso tutto e chiuse la porta. La moquette del corridoio attutiva i suoi passi, e poteva sentire il respiro farsi pesante mentre avvicinava la mano verso il pulsante dell’ascensore. Trovò un posto sul fondo, dal lato destro, si sedette e poggiò la testa sul finestrino gelido. Premette play sul lettore lasciandosi cullare da Eddie Vedder e la sua voce bassa e malinconica in Guaranteed, cercando di riposare un po’.

Il sogno

Il giorno stava iniziando e il sole, ancora nascosto dal vetro dei grattacieli, cominciava a rischiarare il cielo della Grande Mela. Ancora due ore e quaranta e avrebbe sentito il cannone dare il via alla gara. Un brivido le percorse la schiena. E se non fosse stata realmente pronta? Se avesse dovuto fermarsi, impossibilitata a far proseguire le sue gambe oltre? Cercò di allontanare questi fantasmi, pensando soltanto al motivo per cui si trovava lì. Si addormentò di un sonno leggero e presto sognò. Era nuovamente seduta su una panchina a guardare l’immensa macchia blu d’Oceano racchiusa dalla baia di Melbourne ed il vento le muoveva i capelli davanti agli occhi, nonostante i continui tentativi di mantenerli in ordine, facendole sentire ad ogni movimento l’odore del suo dopobarba. Tra le dita teneva la lettera che le aveva lasciato sul comodino, non aveva ancora iniziato a leggerla ma sulla busta in cui era contenuta aveva scarabocchiato un cuore, e tanto le bastava per pensare ci fosse scritto qualcosa di bello. Sorrideva di un sorriso pieno di incoscienza e di fiducia verso il mondo. Ora era su una nave che faceva rotta verso un’isola greca dal nome impronunciabile, con lo zaino carico di cose che aveva portato per precauzione ma non avrebbe mai utilizzato. Per due settimane l’unica cosa di cui avrebbe avuto necessità sarebbe stato il cappellino di paglia da tenere nelle ore più calde ed un costume colorato da cambiare ogni giorno. L’autobus saltò sui dossi momentanei dei lavori stradali e si svegliò.

Verso la partenza

Mancavano ancora diversi chilometri al ponte di Verrazzano e a Staten Island. Mandò in shuffle la musica nelle orecchie e provò a scorgere qualche profilo conosciuto nella luce chiara dell’alba. Non avrebbe saputo definire esattamente in quale zona di Manhattan si trovassero, ma oltre alcuni palazzi, dove la foce dell’Hudson si slarga e ospita Ellis e Liberty Island, le parve di vedere la Statua della Libertà, con il suo verde rame che spezza la monotonia del cielo grigio del primo mattino. Sulle braccia sentì ancora la pelle irrigidirsi e sollevarsi come per proteggersi dal freddo. Lady Liberty, la donna che simboleggiava la Libertà. Che Paese incredibile e pieno di sfaccettature, l’America. Non sapeva nemmeno lei perché le piacesse tanto. Forse aveva abbastanza motivi per i quali uno solo non sarebbe stato in grado di riassumerli tutti, o forse non c’era un motivo.

Sorrise e un riflesso di luce illuminò il vetro opacizzato dalla polvere di quell’autobus colorato che la stava trasportando verso ciò che, nella sua idea di felicità, occupava una posizione d’onore. Si guardò intorno. Chissà cosa pensavano, le altre donne e gli uomini seduti sui sedili rivestiti di velluto. Chissà se una volta, se una sola volta, l’avevano immaginato anche loro, di tagliare il traguardo in prima posizione, nella gara di casa o alle Olimpiadi. Un uomo di sessant’anni, forse qualcuno in più, teneva tra le mani una foto. Non riusciva a vederla, ma le piacque immaginare fosse quella di sua moglie o dei suoi figli, sempre che avesse l’una e gli altri. Un posto davanti a lui, una ragazza dormiva. Non sarebbe stata in grado di assegnarle un’età definita, ma era sicuramente più giovane di lei, forse di dieci o più anni. Fece un sospiro leggero e con la mente tornò a quando, dieci anni prima, non aveva nemmeno lontanamente per la testa di potersi trovare lì un giorno. Era stata una giovane donna determinata – lo era ancora, sia una che l’altra cosa, anche se spesso lo scordava – e nella spavalderia della giovinezza aveva deciso di voler conoscere il più possibile del mondo, consapevole delle difficoltà che sarebbero potute derivare dalla sua scelta. Nella mano che penzolava di quella ragazza rivide la sua che stringeva quella dell’uomo con cui aveva fatto l’amore poche ore prima, mentre su un taxi rientrava a casa dopo una festa con gli amici all’università, stanca di quella stanchezza bella e carica di vita che – pensò osservando le vene leggere che si vedevano sotto la pelle chiara – non dura per sempre e si finisce per rimpiangere.

Ogni secondo che passa è quello in cui sei più vecchio di tutta la tua vita. Ma è anche quello in cui non sarai mai più così giovane come ora. Il mondo è grande, esci a scoprirlo. Corri. Erano passati molti anni da quando aveva sentito quella frase ad una delle lezioni universitarie dell’ultimo anno, ma la ricordava bene. Anche per quello aveva iniziato a correre. Una fatica indicibile le prime volte, ma poi, man mano che il fisico e la mente si allenavano, la strada da fare era diventata quasi una necessità, ed ora l’aveva portata fin lì, sull’ennesima linea di partenza della sua vita. Dai finestrini del lato opposto entrò ancora un po’ di luce. L’alba newyorkese aveva ormai colorato il cielo, illuminando l’oceano e riempiendolo di riflessi viola ed arancio. Guardò quello scintillio vibrare e si sentì in pace con se stessa e con il mondo intero, come non le capitava ormai da tempo. Sentì la sua voce pronunciare Ichi nichi isshou. Non sapeva da dove fosse arrivata quella frase, né perché l’avesse pronunciata, ma sapeva che l’aveva già sentita e che aveva un senso. La scrisse sul telefono per poterla cercare appena fosse tornato un po’ di campo per utilizzare internet. Accross the Universe dei Beatles iniziò a suonare nelle orecchie, distogliendola per un po’ dai suoi stessi pensieri.

La maratona

Arrivò al villaggio della sua onda giusto in tempo, consegnò la sacca trasparente con gli abiti asciutti, fece pipì per un’ultima volta e raggiunse i suoi compagni di corsa. Il tumulto della folla che si riversava sulla linea di partenza alla base del Ponte di Verrazzano, quella meraviglia architettonica su cui per settimane aveva sognato di poggiare i piedi, la isolò da tutto e, contemporaneamente, la rese parte della vita di ognuna di quelle persone che come lei si trovavano in quel momento ad aspettare l’inizio di quella gara, lasciandosi alle spalle chissà cosa. L’Inno Nazionale Americano le penetrò il cuore come un pugnale, e non riuscì a trattenere le lacrime. Sentì una mano accarezzarle la schiena, si calmò un po’, si girò e sorrise all’uomo che le aveva prestato quella gentilezza. Era pronta. Ancora non sapeva in che modo avrebbe corso, che risultato avrebbe potuto ottenere né cosa avrebbe potuto ricordare di quel giorno, ma sentì di non aver mai avuto tanta vita in corpo come in quel momento. Il cannone esplose il colpo che dava inizio alla gara, si sbilanciò leggermente in avanti, sollevò il piede destro e partì. Ad inseguire o a scappare da cosa, lo avrebbe scoperto solo al termine. Forse – pensò – stava soltanto cercando di comprendere meglio se stessa.

L’aria di Central Park sulla pelle era piacevole, anche se cominciava a sentire freddo. Cosa fosse successo in quelle ore appena trascorse, forse, non lo avrebbe saputo dire nemmeno lei. Sapeva soltanto che ora le gambe cominciavano a farle male, e che probabilmente si era formata una vescica sotto l’alluce del piede destro. Le importava poco ormai, e tutto ciò che contava, in quel primo pomeriggio di cielo terso era che, ancora una volta, ce l’aveva fatta. Sarebbe tornata subito a casa, con in tasca un po’ di felicità in più e dei ricordi da richiamare di tanto in tanto, quando le piccole grandi difficoltà di ogni giorno l’avrebbero messa nuovamente alla prova. In quel momento sentì che, qualunque sfida le avesse offerto la vita, sarebbe stata in grado di affrontarla.

Si girò nuovamente per guardare la strada sterrata da cui erano appena usciti, poi seguì il rivolo di poncho blu che avanzava su Central Park West e pensò che ciascuna delle persone che le si trovava davanti, quel giorno, era stata in grado di cambiare per sempre la propria esistenza. La stanchezza iniziava a pervadere ogni suo muscolo, salendo dalle dita dei piedi fino a raggiungere quelle delle mani, e desiderava soltanto poggiare il proprio corpo in un angolo e lasciare scorrere via ogni pensiero residuo.

Le offerse la spalla per riposare un po’ in quel tratto di metropolitana che li avrebbe riportati verso l’hotel. Poggiò la testa qualche minuto, chiuse gli occhi e riuscì a non pensare più a niente e per qualche secondo che parve durare ore sognò. Passeggiava nuovamente sotto il sole di Tokyo, cercando il punto da cui si potesse scorgere la neve sopra il monte Fuji con la macchina fotografica pronta per scattare qualche foto da mettere nel nuovo studio, incurante di tutto ciò che stesse succedendo nel mondo.

Al chiosco in cui al ritorno dalla sua corsa mattutina aveva comprato dello Yakisoba col pollo, il proprietario le aveva augurato una buona giornata e chiesto se avesse fatto una buona corsa, e lei aveva approfittato della sua gentilezza per chiedergli informazioni su dove poter andare a vedere il Fuji. Aveva preso la linea Mita verso la stazione della Tokyo Tower e camminato per quasi un’ora, ma era una giornata splendida e sapeva che ne sarebbe valsa la pena.

Il treno diede uno scossone e la voce elettronica scandì il nome della stazione. Era quella in cui doveva scendere. Sollevò la testa dalla sua spalla e per un attimo stette a fissare il vuoto. Andiamo? – le disse sorridendo. Annuì e si alzò, scendendo per prima dal vagone. Nemmeno un’ora prima lui l’aveva aiutata a cambiarsi, mantenendo chiuso il telo di plastica stampata sotto cui si sarebbe dovuta mettere degli abiti asciutti, e mentre si girava senza volerlo le aveva visto il seno. A lei non piaceva molto, eppure, se avesse mai chiesto il suo parere, lui le avrebbe detto che lo trovava perfetto e soprattutto che non era tanto importante come fosse, nel suo caso. Si era girato di scatto, cercando di trattenere la sorpresa e la vergogna per aver avuto accesso, sebbene in maniera involontaria, ad un segreto tanto intimo. Lei non si era accorta, o aveva finto di non accorgersi. Il pomeriggio newyorkese li accolse nuovamente in superficie, nella luce che si affievoliva di un tramonto in arrivo. Avevano due strade diverse da prendere, ora. Si ringraziarono ancora una volta per quella giornata così piena, lui le diede una carezza sulla guancia sinistra augurandole la felicità e si salutarono, forse per non rivedersi mai più, ché alcune cose succedono soltanto una volta nella vita, ed è bene sia così.

Il rombo dei motori fece vibrare l’acqua dentro la bottiglia di plastica. La spostò poggiandola sulle gambe ravvicinate ed agganciò il lucchetto del tavolino richiudibile del sedile. Nella tasca dei jeans cercò la medaglia che aveva ricevuto alla fine della corsa. La studiò in ogni dettaglio, seguendo con la punta delle dita i rilievi dell’ottone che disegnavano la Statua della Libertà che si erge sul Ponte di Verrazzano, quel ponte dove solo poche ore prima la sua vita era di nuovo cambiata.

Cos’è l’amore? – si chiese ancora, e stringendo tra le mani quei duecento grammi di metallo guardò fuori dal finestrino dell’Airbus 330, cadendo in un sonno profondo.

Pietro Paschino