Dodici anni dopo: cosa è successo mentre correvamo?

Dodici anni fa ho iniziato a correre e a scrivere quasi nello stesso momento aprendo questo blog. Non so dire quale delle due cose mi servisse di più. Forse entrambe erano un modo per capire dove mi trovavo, nello spazio e nel tempo.

Quando ho iniziato con Run and the City, il web era un posto diverso, sicuramente meno inclusivo. C’erano forum sulla corsa infiniti, pieni di numeri, acronimi, verità scolpite nella pietra e testosterone sotto forma di avatar.

Come ci ero finita lì? Ma certo, ora ricordo: la prima volta in assoluto che sono uscita a correre era fine maggio 2014. Ho indossato quello che avevo: un paio di scarpe da trail running in Gore-Tex di La Sportiva. Peccato che l’asfalto milanese già bollente non richiedeva nulla di tutto ciò. E peccato che dopo neanche due km di corsa ero convinta di essere arrivata già a 5 km. Un inconsapevole strazio.

Tornando ai forum, io leggevo, prendevo appunti mentali e poi uscivo a correre con una sensazione addosso che somigliava molto all’inadeguatezza. Sembrava che tutti sapessero esattamente cosa fare, mentre io correvo ascoltando il respiro e chiedendomi se fosse normale sentirmi così vulnerabile dopo pochi chilometri.

Nessuno parlava del lato emotivo della corsa. Nessuno diceva che a volte corri solo per non restare ferma, che certe uscite servono più alla testa che alle gambe. Che mentre il mondo intorno, visto correndo, cambia consistenza, anche tu cambi e senti nascere una fiducia sottile, delicata ma ostinata: non quella che ti fa sentire invincibile, ma quella che ti fa sentire a posto, presente nel tuo corpo, capace di andare avanti così come sei e con quello che hai.

Poi negli anni le cose sono cambiate. Come cambiano sempre. A un certo punto non c’erano più solo pochi esperti, ma una folla intera pronta a spiegarti come dovresti correre, mangiare, recuperare, respirare, pensare. La corsa è diventata una performance, un’identità da mostrare, una storia da pubblicare prima ancora di essere vissuta. Un mondo saturo di guru dell’Instagram con tante certezze,  che però hanno generato un pubblico sempre più confuso.

Nel mentre mi sono chiesta, più di una volta, se stessimo ancora correndo per noi o per essere visti.

In mezzo a tutto questo, due anni fa ho smesso di scrivere. Non con un addio drammatico, ma con quella sospensione tipica delle cose importanti che diamo per scontate. Due anni sono passati così. Io continuavo a correre, ma senza quell’urgenza di apparire o dimostrare. Con meno entusiasmo esibito e più bisogno di ascolto. Come quando cresci e ti accorgi che non hai più voglia di spiegarti sempre. O come quando una relazione diventa importante e tu abbassi la guardia.

Oggi a distanza di dodici anni, quelle stesse domande che mi frullavano nella mente quando ho iniziato, le ho fatte direttamente a Chat GPT: puoi avere programmi, risposte, conferme. Puoi sapere esattamente cosa fare prima ancora di sapere come ti senti. Ed è incredibile, sì.

Ma mi sono sorpresa a pensare che forse quello che manca non è più l’informazione. È la narrazione.

Nessuna AI può sapere cosa significa correre al tramonto dopo una giornata storta. Nessun algoritmo può dirti perché proprio oggi quel percorso ti ha fatto venire voglia di piangere o sorridere senza motivo. Nessuna risposta automatica può spiegare il legame silenzioso che si crea tra compagni di corsa.

Forse Run and the City serve ancora per questo. Per raccontare quello che non entra in una tabella. Per dare spazio ai pensieri che arrivano tra il terzo e il quinto chilometro, quando spezzi il fiato e la corsa smette di fare schifo. Per ricordarmi che correre non è solo andare avanti, ma è anche fermarmi a capire chi sono diventata nel frattempo.

Dodici anni dopo corro ancora. Diversamente. Con meno urgenza. E forse, come tutte le storie che vale la pena raccontare, questa non era finita. Aveva solo bisogno di una pausa.

E mentre salvavo questo testo, non ho potuto fare a meno di chiedermi: si può tornare a scrivere come si torna a correre? Certo che sì, un passo alla volta.

Cristina 

1 Comment

  • Mi sono ritrovata in tutto ciò che hai scritto ,se quando ho iniziato a correre pubblicavo sempre le mie corse ad un certo punto ho sentito la necessità di ascoltarmi senza dovermi confrontare sempre con chi è più veloce più forte più performante..così ora corro ,se ho voglia gareggio ma senza ansia da prestazione, mi basta stare bene perché è questo ciò che conta. Grazie

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