Dream the team: il record di Eliud Kipchoge

Eliud Kipchoge runs on his way to break the historic two hour barrier for a marathon in Vienna, Saturday, Oct. 12, 2019. Eliud Kipchoge has become the first athlete to run a marathon in less than two hours, although it will not count as a world record. The Olympic champion and world record holder from Kenya clocked 1 hour, 59 minutes and 40 seconds Saturday at the INEOS 1:59 Challenge, an event set up for the attempt. (Jed Leicester/The INEOS 1:59 Challenge via AP) ORG XMIT: LFP204
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Senza dubbio questo è stato il weekend dei primati. È stato abbattuto il record del mondo in maratona femminile, è caduto il muro delle 2 ore sui 42km e 195 metri grazie a sua maestà Eliud Kipchoge, mentre Frodeno ha dato una ritoccatina al record di percorso di Kona.

Dall’account Instagram di Kipchoge: “Together we are winners”

Ovviamente l’argomento che ha accesso gli entusiasmi e le discussioni è la caduta dell’ultimo grande muro dell’atletica leggera. L’impresa è stata impressionante, la regolarità del keniano e il suo stile non hanno eguali, guardarlo danzare sull’asfalto è un piacere per gli occhi e la dedizione che in questi anni ha messo al servizio della corsa e della scienza non hanno precedenti storici.

Ora farò un breve digressione su chi ha polemizzato su quest’impresa, toccandola piano come mio solito… Se avete da obiettare mettendo in dubbio un simile progetto, fondamentalmente siete delle bestie ignoranti.

Punto primo, andate a ingrassare le fila di quella triste massa che riempie i suoi commenti di odio sminuendo il successo altrui per giustificare il proprio fallimento.

E punto secondo… ragazzi una maratona a 2:50 ma avete mai provato anche solo a fare un chilometro a 2:50? Anche con i pattini in linea…dai di che cazzo stiamo parlando?!?!?

Terminata quest’approfondita analisi tecnico/scientifica, mi piacerebbe condividere con voi quella che è stata la mia impressione e quello che questi due esperimenti Breaking 2 e INEOS 159) a mio avviso andranno veramente a sancire.

Chi mi conosce sa che sono un grande appassionato di sport e strategia e talvolta sforo un po’ in visioni fantasiose, questa forse è una di quelle.

Sicuramente il grande clamore è stato fatto dal tempo, impossibile non porre l’attenzione su un numero così incredibile. Tuttavia secondo me dietro questa impresa si cela ben altro: vi è l’apertura a un cambiamento epocale nella gestione delle gare podistiche su lunga distanza.

Le lepri

Che avere le lepri determini un vantaggio è cosa nota da quando si corre, ma in queste due occasioni si è fatto un piccolo passo oltre, si è passati dal concetto di lepri come pacemaker al concetto di squadra come team a supporto di un “velocista” per usare un termine ciclistico.

In questi due esperimenti è stata studiata e sviluppata una strategia di squadra ben precisa, volta non solo a dettare un ritmo e a sgravare l’atleta di punta dal carico psicologico che può determinare dettare il passo, ma anche a migliorare le condizioni al contorno, come ad esempio ridurre l’impatto con l’aria e proteggere l’atleta.

Questo, di fatto, non serve a far correre più veloce, ma serve a far correre a una determinata velocità più a lungo, l’obiettivo della squadra è di consentire alla punta di conservare energie più a lungo possibile e non di dettare un ritmo infernale.

È interessante anche l’evoluzione strategica che è avvenuta tra i due esperimenti, posizione e metodologia di sostituzione delle lepri sono cambiate, forse parte della riuscita sta anche in questo.

Un Dream Team per il futuro

Da triatleta per me è inevitabile creare una promiscuità tra le discipline e ho iniziato un po’ a fantasticare sul futuro del podismo realmente come sport di squadra, parzialmente lo è già sul piano empatico, ma se in futuro lo diventasse sul piano strategico?

Provate a immaginare nazionali di 9 persone in cui ciascuna di esse ha un ruolo ben preciso a supporto del capitano, una maratona più simile a una grande classica del nord più che alla competizione che conosciamo oggi.

Dove si potrebbe spingere realmente il limite se ci fosse un team New Balance, Nike, adidas, Brooks composto da atleti ad altissima prestazione che lavorano per il loro atleta top?

Al di là degli esperimenti, quanto una dinamica di questo tipo potrebbe abbassare i tempi di percorrenza della maratona, considerando anche eventuali interessi comuni o alleanze tra le squadre.

Questo aspetto mi ha dato non poco da riflettere, potrebbe voler dire ricostruire un mondo, rivoluzionare le preparazioni, le strategie di allenamento e alcune metodolgie.

Per non parlare dell’integrazione, chi dice che è una brutta cosa avere una bici che porta il rifornimento quando l’atleta lo richiede? Se fosse possibile avere delle bici ammiraglie con gel e borracce per i componenti della squadra, ogni atleta con la sua strategia d’integrazione volta a massimizzare la sua funzione e di conseguenza il risultato della squadra?

Secondo me sarebbe bellissimo, un campo aperto per ricerca e sviluppo per portare l’essere umano ancora un passo avanti. Io sportivamente resterò sempre un bambino entusiasta, e Eliud mi ha regalato un nuovo sogno su cui fantasticare.

Vi ringrazio per la pazienza di aver letto queste righe in cui ho condiviso il mio pensiero, anche se poco STRAVAmore spero di non avervi annoiati.

Ora mettetevi le scarpette e andate a correre, ringraziate questi atleti, non sminuiteli…loro si sacrificano per realizzare un loro sogno e regalarne uno a voi. Alla fine sono i sogni che ci permettono di fantasticare su un futuro migliore, applicarci ed elevarci. Grazie Eliud

Dottor STRAVAmore (Sergio Viganò)