Firenze Marathon: la quiete dopo la tempesta

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Ci sono giorni in cui metti dentro tutto quello che sei in ogni cosa fai. Non ammetti sconti per nessuno, te ne freghi delle conseguenze, tanto sarà solo un problema per un eventuale dopo. Istanti dove combatti i tuoi limiti e non accetti compromessi.

Abbiamo firmato insieme la scommessa di ritrovarci in Via dei Calzaiuoli e partire sotto un diluvio inatteso. Correre la prima maratona è libera incoscienza vissuta con la voglia di andare a capire, ma è anche concretezza di chi sa che è poca cosa rispetto alla fatiche di certe vite.

La prima maratona è salire sulla groppa del bisonte, provare a cavalcarlo ma non sapere come, è restarci il più a lungo possibile, o almeno, per tutto il tempo necessario per condurlo fin sotto il traguardo.

Correre per quattro ore sotto un cielo carico di pioggia è scivolare sui tuoi limiti, bagnare il volto con le lacrime di gioia e confondere quelle di dolore con l’acqua che è ovunque. In queste condizioni viene fuori tutto, il meglio e il peggio di te, è smettere di crederci ma nel contempo, in uno scatto di orgoglio è dare ascolto a chi, prima te, ha vissuto ogni centimetro di quella fatica.

La crisi in maratona è come un brutto pensiero che ti sveglia nel cuore della notte, un’angoscia momentanea che dura per ogni giro di lancetta e da cui non vedi alcuna soluzione. Istanti pietrificati lontani dalla luce del giorno.

Il bisonte ti stava sbalzando di sella, non reagivi, eri spento, hai mollato le briglie ma solo per un attimo, perchè in cuor tuo sapevi bene che non è sempre vero che vince chi molla.

La crisi in maratona la supera chi ascolta la propria coscienza e ricorda la firma posta sotto quel contratto con la fatica. Trionfa chi non perde la speranza ed è cosciente della fortuna che sta vivendo per essere in quel preciso instante. Mollare o dare, sta tutto in quei giri di lancetta.

Non ti sei fermato, hai dubitato della tue capacità, ma era solo un brutto sogno, hai allungato il braccio verso l’interruttore, lo hai riacceso e sei tornato a splendere quanto basta per non soffrire più.

Questa è la bestia, è la maratona, è una forza della natura con cui ti confronti. Ma d’ora in poi, ricorda che non potrà più ferirti, sarete ad armi pari, con meno lacrime, meno paura e più voglia di combattere su ogni metro.

“Sei un samurai con le scarpette al posto della spada”, diceva Mauro Covacich, “estremamente severo verso se stesso, non si perdona mai, è costantemente in lotta contro i propri limiti”.

Non ti accontentare mai più amico mio. Agisci per andare oltre ogni notte inquieta, prenditi il bello che hai costruito e sogna ancora ad occhi aperti.

Marco Raffaelli