Io sono Kunto Bikila

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Mio nonno era una guardia personale dell’Imperatore Hilel Selassiè, l’ultimo condottiero che ha regnato nel paese. Era una figura sacra, l’eletto del signore, la luce del mondo. Un messia venerato da tutti i figli della terra d’Etiopia. Per mio nonno indossare la divisa rossa delle guardie dell’Imperatore era come aver ricevuto una illuminazione. Venne scelto per le sue doti atletiche e per la capacità di anticipare ogni richiesta del Sovrano.

La fedeltà ad un uomo che prima ancora era una guida spirituale. Hilel Selassiè nella lingua Amarica significa Potenza della Trinità ma il suo vero nome era Tafari e salì al trono come diretto discendente della tribù di Giuda. Era il leone d’Etiopia e ne incarnava il simbolo per un intero paese.

Il mio nome è Kunto Bikila e sono un Rastafariano, proveniente della famiglia Bikila, nipote del grande Abebe, l’uomo che con la forze delle sue gambe portò l’Africa sul tetto del mondo vincendo per la prima volta, come atleta di colore, una Maratona Olimpica nell’edizione dei Giochi di Roma del 1960.

L’Italia è nella cultura moderna del mio paese. I nostri discendenti hanno combattuto le dissennate campagne d’Africa della dittatura fascista. In casa, i racconti di mio nonno, hanno sempre avuto una forza edificatrice. Non era mai scontato e sapeva come dare senso alle battaglie in trincea. Figli di madri lontane avevano tutto da perdere per assecondare scelte inattuabili di comandati senza ragione. Ciechi condottieri hanno annientato vite splendenti. Io sono figlio di quelle decisioni, di popoli mandati allo sbando per conquistare una collina polverosa.

Kunto è uno studente universitario, ha 24 anni e la passione per la cultura italiana. Si sta laureando in Storia Romana all’Università di Addis Abeba. È alto, con un sorriso che accende il volto e gli occhi profondi dell’Africa moderna. I capelli portano i segni della sua fede religiosa. Li tiene legati con un laccio e creano una cornice perfetta attorno al volto dalla pelle liscia e scura. I dreadlocks nella capigliatura sono i nodi a cui si affida per essere forte come il leone d’Etiopia e veloce come il vento che ne muove la sua bandiera.

«Ciao papà come è andata dal dottore?».

«Bene figliolo, devo rifare tutte le analisi».

«E cosa c’è di buono allora?».

«Ci sono cose che il dottore vuole vedere meglio».

«Hai paura?».

«Ma cosa dici? Non c’è motivo, passeremo anche questa lo sai. Tu piuttosto cosa hai deciso per la tesi?».

«La discuterò il 2 febbraio e a fine marzo parto per Roma. Ho prenotato un volo diretto e un piccolo albergo in centro».

«Quando ci sarà la gara?».

«Il 2 aprile papà».

Kunto è un ottimo maratoneta. Negli ultimi 3 anni di università è entrato a far parte della squadra sportiva del campus di Addis Abeba. È seguito da un preparatore italiano che lavora per l’Ateneo. Non ha mai vinto nulla ma la maratona in 2 ore e 24 minuti la sa correre anche in allenamento. È poco per il suo paese, in Etiopia ci sono maratoneti che riescono a stare sotto le 2 ore e 15 con estrema facilità. Kunto non ha la fame di competizione, non scappa dalla fame. Lui si nutre di cultura e storia. Le risorse della famiglia le usa per conoscere e studiare.

Ora è venuto il tempo di viaggiare e andare a provare cosa si sente alla partenza di una maratona. Vedere con i suoi occhi la grandezza di Roma. La sua storia in ogni angolo dei Fori Imperiali e nelle reliquie dei suoi musei.

«Non farti offuscare il pensiero figlio mio. L’Italia è un paese dai grandi contrasti e non sempre accoglienti».

«Papà il mondo è cambiato e saprò capire che vento sta tirando».

«Kunto mi fai un favore prima della partenza?».

«Cosa? i capelli?».

«Si.

«No, lo sai, non me li taglio. Sono un figlio di Selassiè e porto con me il messaggio Rastafariano».

«Ok va bene ma per favore non metterti in guai stupidi, fai attenzione».

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«Buongiorno ho una prenotazione a mio nome».

Kuntu parla perfettamente l’italiano. L’accento armonioso riprende la cadenza dell’Amarico. Ha sempre visto sul satellite i programmi della televisione italiana e studiato sui testi classici della storia romana. Ha prenotato l’Hotel Celio, nell’omonimo rione della città. Un intreccio di strade e antichi palazzi a ridosso del Colosseo e sopra uno dei colli di Roma da cui la zona ha preso il nome. La scelta non è stata casuale. Da studioso sa bene che l’emblema del Rione è il profilo di un africano con un copricapo di testa di elefante e spighe d’oro su fondo argento.

«Buongiorno Signor Bikila la stavamo aspettando ha fatto un buon viaggio?».

«Si grazie, volo e trasferimento senza alcuna difficoltà, grazie per il taxi all’aeroporto».

«Ma si figuri l’organizzazione della Maratona di Roma ha voluto che le fosse offerto il miglior servizio».

«Non dovevano io non sono una campione dello sport».

«Lei è il nipote di un uomo che la città di Roma non ha mai più dimenticato e si merita ogni nostra attenzione. Le lascio la chiave della camera, ultimo piano stanza 512, vedrà potrà godere di una vista bellissima e speriamo che sia tutto di suo gradimento».

«Grazie a voi, ci vediamo nel pomeriggio, salgo a riposare e a disfare le valige».

L’albergo è dietro una via simbolo della storia del quartiere. Via Capo d’Africa, una linea retta Roma, punto di sutura tra il Colosseo e la Basilica di San Giovani in Laterano. Le diverse concomitanze hanno portato un giovane maratoneta africano a ripercorrere i passi dei suoi antenati, a solcare le strade che suo nonno calpestò scalzo la notte di una estate di 60 anni fa.

L’organizzazione della gara ha voluto offrire un’accoglienza diversa per il nipote del grande atleta etiope con una conferenza stampa con l’assegnazione del pettorale numero 11, lo stesso che indossò suo nonno la notte della Maratona Olimpica.

Kunto non vuole perdere nulla della sua ricerca personale. A lui non serve vivere la Roma che tutti conoscono. Del mito Bikila sono state scritte intere pagine di sport. Il papà di Kunto è stato qui altre volte per far rivivere i fasti di quel trionfo. La Maratona di Kunto sarà diversa, sarà lo sfondo di una storia personale. Non sarà legata a quel numero 11. Nel suo animo c’è il bisogno di sentire prima la città, la sua storia poi il messaggio assoluto che ancora oggi accompagna l’evento sportivo. Lui sarà il primo atleta africano a correre per una ricerca culturale e costruttiva. L’Africa sta cambiando e ne vuole incarnare lo spirito, un uomo che non sta scappando ma corre incontro ad un futuro più equo e democratico, in questo lo sport porrà tutti allo stesso livello, come sulla linea di partenza.

Kunto è in camera ed è al telefono con il responsabile dell’Ufficio Stampa della Maratona di Roma.

«Signor Bikila sono Federico Masci, ci siamo sentiti la scorsa settimana».

«Buongiorno la prego mi dia del tu, sono molto più giovane di quello che sembra».

«Va bene Kunto diamoci del tu».

«Oggi pomeriggio dovrai venire al Villaggio Maratona per il ritiro del pettorale, ci sarà una piccola cerimonia con dei giornalisti».

«A che ora devo essere da voi? ».

«Va bene se sarai qui dalle 15:00, la cerimonia inizierà alle 16:00».

«Ci sarò puntuale a più tardi».

«Kunto un’ultima cosa, so che non lo hai richiesto ma se vorrai ci sarà un autista per te».

«No, non vi preoccupate conosco bene Roma».

Conoscere una città senza averla vista, la potenza della curiosità, con la voglia di raccontare le storie che l’hanno originata.

Kunto è affacciato alla finestra della camera. Non molto lontano si vede l’ultimo giro della parte più alta del Colosseo che svetta bianco tra i tetti del rione. In strada dei ragazzini si inseguono con gli zaini sulle spalle e corrono verso via Labicana. I piccoli appartamenti circostanti, decorati con fiori alle finestre e le terrazze, discrete, sobrie a rispetto di un mondo senza più una data, perso nelle vicende di una città in eterna trasformazione ma sempre uguale a se stessa.

Dopo gli ultimi dettagli con la reception dell’albergo, Kunto è nella hall, uno spazio accogliente e colorato, controlla le cose nello zaino e parla con altri atleti che correranno domani. L’hotel Celio è a pochi metri dalla partenza su Via dei Fori Imperiali così come la linea di arrivo. Non poteva avere di meglio.

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La mattina della gara, alle 6.30, è già su via di San Gregorio davanti alla lapide che ricorda le gesta di suo nonno, poco dopo l’arco di Costantino sotto il quale Abebe Bikila tagliò il traguardo più importante della sua vita. È rimasto in silenzio, poi ha recitato il canto Rasta del buongiorno

Oggi il cielo è più limpido,

Babilonia sta scomparendo,

oggi il sole è più alto,

il male se ne sta andando.

Fratelli, sorelle, uniamo le,

nostre voci al ritmo del nostro cuore,

e tutti insieme cantiamo la

infinita gloria di Jah.

 

Oh Jah, io ho fatto di Te

la mia casa, aiutami a

sconfiggere il male e quando

saremo liberi da Babilonia

 

Io e tutti i miei fratelli,

in un solo e unito coro che

salirà al cielo, ringrazieremo

ancora una volta Te, nostro Signore.

Un bacio alla terra, uno al cielo e Kunto si dirige verso la zona partenza della gara dove ci sono le gabbie dentro le quali si radunano gli atleti in base al numero di pettorale.

Ha il numero 11 spillato sulla maglia rossa con il leone d’Etiopia stampato dietro. I capelli legati con un laccio giallo, le scarpe sono verdi e completano la figura di un atleta che non ha bisogno altro che di correre.

La sua è la gabbia dei top runner, silenziosi, concentrati, qualcuno prega altri allungano i muscoli in un rito propiziatorio. Il cielo di Roma è una macchia blu tra le cupole e le colonne che svettano sui Fori di Traiano e il bianco del l’Altare della Patria è un punto fermo davanti al quale la gara sfilerà più volte. Ultimo minuto prima dello start, un sorriso al sole che ormai scalda la terra e via, partiti.

Kunto è libero di fare ciò che sognava.

Sono Kunto Bikila della grande dinastia dei figli dell’imperatore Rastafari. Sono un leone di Etiopia e sto correndo una maratona che 60 anni fa ha segnato per sempre la mia storia. Ho studiato ogni angolo della città eterna, le sue pietre e le strade. Sto correndo come non ho mai fatto prima. Sono un figlio del vento, un rasta che solca la vita con la voglia di conoscere e studiare.

Passo il 12° km con il gruppo di testa. Lungotevere siamo in 4, con me 3 keniani. I miei lunghi capelli chiudono come un sipario la fila del gruppo che scappa da tutti.  Una canotta rossa tra altri colori. Mi sento bene, corriamo ad un ritmo che lascia tutti senza parole. Lungo il percorso il pubblico è estasiato da tanta bellezza. Una macchina umana che procede lungo le vie di una città.

I figli di un’Africa nuova. In silenzio tiriamo la gara in un accavallarsi di sogni e speranze personali che a tratti offuscano il compito assegnatoci dalle tabelle di gara. Correre a questo passo significa dover rispettare ogni singola cellula del corpo e nulla può essere lasciato al caso. Non sono ammesse distrazioni.

Io sono un animo sano che si trova qui per capire. Sono una spugna che assorbe ogni vicenda di una storia antica. Ho studiato le gesta di uomini forti come i loro elmi. Ho vissuto sui testi antichi le guerre di terre aspre e dolorose. Roma ha dettato la vita per intere generazioni. Io sto correndo attraverso la storia, dentro un popolo che ha siglato il destino di mondi interi. Quello che è stato fatto in questa città ancora oggi permette a milioni di persone di essere liberi pensatori con il Diritto dalla loro parte.

Siamo una macchina umana, corriamo verso un futuro che solo noi possiamo cambiare. Il passo ci darà la libertà, ci farà vedere che siamo padroni di ogni decisione, non vogliamo più essere una speranza tradita.

Kunto è fermo al centro di Piazza Venezia. È arrivato al 41° km prima di ogni altro atleta. Ha corso una gara perfetta, dal 30° km ha lasciato il gruppo di testa rincorrere il suo tempo. Ha deciso sul finale che poteva bastare e fermarsi prima del traguardo per rendere omaggio alla sua città.

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Il vento di Roma muove i lunghi capelli del giovane etiope. E’ in albergo e sta seduto davanti la finestra della camera. Il tramonto di aprile colora i marmi delle colonne sul Palatino. Roma ha fatto ciò che era giusto. Kunto si è dissetato di gloria e cultura. La Roma che il mondo conosce lo ha nutrito e rassicurato.

Ha onorato i sui avi, rispettato la vittoria di suo nonno, lasciando il suo di nome tra i vincitori della storia della famiglia Bikila.

Io sono Kunto Bikila, discendente dell’uomo sullo scudo del Rione Celio nipote del grande Abebe Bikila, guardia personale dell’imperatore d’Etiopia.

Io sono!

Marco Raffaelli

Chi è l’autore

Mi chiamo Marco Raffaelli vivo a Roma e scrivo storie. Racconto quello che vedo dalla strada. Dopo molti chilometri e tante bracciate so che lo sport è un rimedio alle difficoltà, piccole e grandi, incrociate lungo la nostra strada. Il bello è riuscire a viverlo ognuno a modo suo. 

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