La gara era perfetta. Peccato che le scarpe non erano nella lista (di World Athletics)

C’è stato un tempo in cui per iscriversi a una gara bastavano tre cose: un certificato medico, una sveglia puntata a un orario indecente e un paio di scarpe che non avessero già visto troppe guerre. Oggi invece anche “lo sport più semplice del mondo” sembra diventato una faccenda molto meno poetica e molto più complicata.

Non basta più allenarsi a modino, dormire bene la notte prima della gara, sperare che il meteo sia clemente e che la nostra testa non faccia brutti scherzi sul più bello. Ora bisogna anche chiedersi: le mie scarpe sono nella lista?

World Athletics ha infatti una lista ufficiale di scarpe approvate per le competizioni, la List of Approved Athletic Shoes, consultabile attraverso il portale CertCheck. In pratica è una specie di white list: se il modello è presente, è stato approvato secondo i criteri tecnici previsti dal regolamento; se non c’è, non significa automaticamente che sia una scarpa “sbagliata”, ma significa che per certe competizioni ufficiali potrebbe non essere utilizzabile.

E già qui immagino metà degli amatori con una mano sul cuore e l’altra a frugare nella scarpiera, intenti a guardare le proprie scarpe come si guarda un documento scaduto il giorno prima di partire per un viaggio.

Le regole tecniche sulle scarpe non sono la notizia. Nello sport limiti e parametri sono sempre esistiti, e nessuno si stupisce se, quando si corre per un record mondiale, per una qualificazione olimpica o per una classifica internazionale, anche le scarpe vengono controllate. Il punto è un altro, molto più vicino a noi runner di tutti i giorni: l’elenco ufficiale delle scarpe approvate non coincide con tutto ciò che il mercato propone.

Dentro ci sono centinaia di modelli approvati, ma fuori restano comunque molti modelli che i runner comprano, usano e considerano assolutamente normali, magari prive di caratteristiche estreme, ma non presenti perché non sottoposte, non ancora valutate o semplicemente perché non sono tra i modelli che i brand hanno scelto di portare dentro quel percorso di approvazione.

Ed è qui che nasce il cortocircuito: una scarpa che non compare nell’elenco rischia di sembrare meno adatta, meno importante, meno “da gara”, anche se è soltanto una scarpa rimasta fuori dal meccanismo dell’approvazione.

Il running di oggi parla moltissimo di super shoes, schiume reattive, piastre, modelli racing e prezzi che sembrano volerci ricordare quanto siamo ambiziosi. Parla molto meno delle scarpe normali, quelle con cui si fanno i lenti, si preparano le mezze, si corre sotto casa dopo una giornata storta e si arriva comunque al traguardo con quella faccia lì, mezza distrutta e mezza felice, che conosciamo benissimo. Sono scarpe senza grande racconto epico, senza promessa di miracolo, senza l’aura da laboratorio aerospaziale. Una scarpa che non compare nell’elenco è davvero meno da gara, o è solo meno interessante per il grande racconto della performance?

E, tolti i modelli già in valutazione e le pratiche ancora aperte, resta un’altra domanda: con quale criterio i brand scelgono quali scarpe portare dentro il percorso di approvazione e quali, invece, lasciare fuori?

Perché nel momento in cui quella lista diventa vincolante per una gara, ciò che resta fuori non resta soltanto fuori da un database: rischia di restare fuori dalla percezione di legittimità, dal racconto della gara, dall’idea stessa di scarpa adatta alla competizione.

Per gli atleti d’élite il controllo ha senso, perché nessuno vuole record costruiti su prototipi segreti o vantaggi nascosti. Ma il punto è che la questione non resta confinata all’élite mondiale: può arrivare anche nelle gare federali, tra atleti forti, competitivi, ma lontani dal circuito dei grandi record e delle maratone major. E lì il paradosso diventa ancora più evidente, perché si può essere squalificati non per una super shoe estrema, ma per una scarpa normalissima.

È successo davvero. Michela Sotgia ha vinto la Corsa di Pasquetta di Bauladu, in Sardegna, ma è stata squalificata perché le Brooks Glycerin 22 che indossava non comparivano nella lista World Athletics delle scarpe approvate. Non una scarpa sperimentale, non un prototipo segreto, non un modello costruito per aggirare il regolamento, ma una daily trainer che tantissimi runner usano tutti i giorni.

A questo punto il tema non è più scegliere la scarpa più adatta a noi, al nostro passo, al nostro appoggio o alla distanza che stiamo preparando, ma capire se quella scarpa, anche quando è una normalissima daily trainer, possa trasformarsi in un problema regolamentare solo perché non compare nell’elenco giusto.

La regolarità, quindi, non dipende più soltanto da come è fatta una scarpa, da quanto è alta, da cosa contiene o dal vantaggio che può dare. Dipende anche dal fatto che qualcuno l’abbia sottoposta, valutata e inserita in un elenco. La domanda non è più solo: “Questa scarpa va bene per me?”. Diventa: “Questa scarpa esiste ufficialmente?”.

Questo, se ci pensate, è un paradosso: abbiamo iniziato a correre perché sembrava lo sport più libero del mondo, e adesso rischiamo di dover controllare se le nostre scarpe hanno il permesso di esistere prima ancora di metterci sulla linea di partenza.

Che poi, intendiamoci: continueremo a prepararci come sempre, ma non proprio con il “romanticismo” che avevamo in mente quando abbiamo iniziato a correre. Perché a quanto pare oggi anche la libertà, almeno in gara, ha bisogno di un paio di scarpe approvate.

Cristina

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