L’amore va di corsa (MICS alla Miami Half Marathon)

Ritrovarsi all’arrivo è una delle più belle gioie. Perché c’è dentro la vita. Te la spiega. Te la squaderna con una evidenza che urla, che ti fa passare la fatica in uno sguardo. Ti raccontano di tutte le volte che ci si è persi. E poi ritrovati. Della fatica. Dell’attesa. Dello scollinare. Dell’andare avanti, stizzoso talvolta, altre di avanscoperta, di protezione. L’amore va di corsa e della corsa comprende le regole.

Ritrovarla al termine della sua prima mezza, corsa a Miami, beh aggiunge esotismo alla dolcezza ruvida del momento. I bordi sbrecciati dipendono dal fatto che comunque ho appena corso pure io 21 km, anzi 13.1 miglia per dirla con il linguaggio del posto, e siccome mi sto allenando da poco con questo meraviglioso gruppo che sono i MICS, non è che c’ho già nelle gambe e nella testa la loro illuminante energia, il passo tonico, la testa alta. Anzi. Arranco per stare dietro, per non fare figuracce -che io c’ho un ego un po’ ipertrofico che mi spinge a difendermi dagli attacchi alla mia vanità e autostima- ci provo, ma il tempo mi castiga. Tempo in tutti i sensi: quello che passa e quello che scorre. Il primo te lo senti sulla pelle, il secondo lo batte il cronometro.

Qui a Miami non la mia peggiore prestazione, devo dire, ma chiudere una mezza in 2 ore e 26 sta un passo appena in qua della vergogna. Si fa per dire ovviamente.

Comunque c’è lei, che per la verità c’è dal 1980, non proprio ieri, e allora sì che il tempo lo guardavamo negli occhi e lo sfidavamo.

Lei oggi ha superato le ansie e, obbediente quanto innamorata, ha messo su le scarpette e si è buttata dentro alla notte di Miami per arrivare in fondo alla sua prima mezza, senza peraltro perdere le buone abitudini dato che s’è fermata a far spesa sulla strada più chic di South Beach: una barretta perché aveva un buco nello stomaco, dice. Fatto è che è entrata, ha scelto, ha preso, ha pagato, è ripartita.

Ma veniamo all’inizio: a noi l’America piace: dal 2003 ci veniamo almeno una volta all’anno, qualche volta due. E ci piace correre -questo però solo dal 2009 quando la minaccia “se superi i 90 chili ti caccio” stava diventando troppo concreta- e quindi ci piace mettere insieme le due cose.

Nel 2015 abbiamo corso insieme la 10 miglia del Bronx, lo scorso ottobre mi sono regalato la mezza di Staten Island.

E con l’alibi della mezza di Miami anche quest’anno ci siamo fatti una vacanzina in questa perla della Florida.

Torniamo alle cose importanti: la corsa comincia il venerdì con l’Expo, dove vai a ritirare il pettorale e a cercare la posa migliore da mandare agli amici, un po’ per farli rosicare un po’ per condividere la felicità. Dentro al capannone fieristico c’è di tutto: manca solo la bandiera italiana, segno che siamo in meno che gli iscritti di Trinidad e Tobago che sarà anche più vicino, ma mi pare un pelino più piccino. Vabbé: l’abbiamo fatto presente, con quella garbata ironia che fa capire che insomma un pochino ci siamo rimasti male. La foto d’ordinanza la facciamo con lo sfondo della foto ufficiale, tenendo ben in vista -insieme ai pettorali- il cartello che ricorda chi siano i MICS e come siano da rispettare.

Poi è una giostra di merchandising e gadget che ti porteresti tutti a casa.

La domenica inizia presto: sveglia alle 4, morning routine, colazione a base di barrette e bevande energetiche, alle cinque sei in strada pregando che il taxi che hai prenotato decida di venire. Altrimenti dovresti provare Uber che non si sa mai. Viene, lo condividi con un altro runner, arrivi a 500 metri dalla piazza del ritrovo proprio davanti alla American Airlines Arena dove giocano gli Heat che adesso che se ne è andato LeBron navigano in cattive acque dopo qualche anno di grandi successi. Poco più in là c’è Bubba Gamp il ristorante nato dal film che per noi vuol dire America: ci andiamo in tutte le città in cui lo riusciamo a trovare.

Ci dividono: lei è nel gruppo J, io H. Si parte. Cioè partono i primi con colpo di pistola, gli altri man mano che liberano le gabbie transitano dal via come se fosse una tapasciata: quando superi la linea parte il tempo.

Subito sul ponte che porta a South Beach e a percorrerlo così, in diretta nel vento mentre l’alba sopra le case si staglia -ah no, quelli erano i Pooh- mette poesia nel cuore e coraggio nelle gambe. I primi 5k li fai tutti sul ponte, la luce crescente incoraggia. Al quarto miglio sei appena approdato a South Beach, punti secco a sud, passi per case che le vedi solo nei film, che ti costano come sei vite di lavoro, e poi risali su Ocean Drive. Il vento contrario si sente, ma di più si sente la musica delle scarpe. Un paio di sterzate sulla Washington e poi intorno a metà gara, un po’ dopo, si ritorna verso la terra ferma: i ponti che attraversano le isolette ricche di ville e giardini ti fanno dimenticare le prime punture della fatica. Del resto qualche pezzo camminando l’ho già fatto: è un obiettivo per fine marzo farne 21 senza mai fermarmi. L’ultimo ponte, che sale piano ma sale, ti scarica nel Design District, tutto trendy, con colori sgargianti sui muri. E un tifo indiavolato.

Intanto la vita ti ha parlato, spiegandoti che come nella corsa ci sono tratti che fai appaiato a persone mai conosciute prima, poi le perdi, le ritrovi, le superi, ti sorpassano, ti sorridono, si dissolvono. Qualcuno ti aspetta, ti chiama, ti perde. Succede così. Se ti rimane il ricordo e la riconoscenza allora hai fatto un bell’affare.

Si avvicina la fine, il gruppo si spezza: di là quelli che la fanno tutta, e che guardi con ammirazione. E il sogno di essere l’anno prossimo uno di loro. Di qua noi che abbiamo scelto la mezza, non la metà della gioia però. Sprint finale per superare la giraffa e l’elefante -non dirò di più neppure sotto tortura- e poi medaglia in mano resto lì ad aspettare lei.

E quando la vedo tutto si rischiara. Perché che cosa puoi sognare di più che condividere anche questa gioia nella vita?

Paolo Pugni