L’ansia della prima gara

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Avendo un’ innata predisposizione a imboccare la direzione sbagliata, nei giorni che hanno preceduto la Stramilano mi sono preoccupata di potermi perdere durante la gara.

Ma pensandoci razionalmente e dopo la terza persona che mi ha detto – Scherzi? Correrai insieme ad altre 50.000 persone, come diavolo farai a sbagliare strada? – ho subito accantonato l’immagine di me stessa che corre solitaria e disperata per le vie di Milano. In compenso, ne sono arrivate altre di ansie e tutte insieme la mattina prima della gara.

Appena sveglia alle 6.30, siccome la storia di sbagliare strada non era stata dimenticata del tutto dalla mia mente, accendo il pc e controllo il percorso.

Dopo questa ulteriore certezza, preparo la colazione io che la colazione non la faccio mai. Ma come si può affrontare una gara a stomaco vuoto? Apro il frigo e prendo uno yogurt. Chi ha il cuore di mangiare uno yogurt bianco a stomaco vuoto? Io no. Lo rimetto subito a posto.

Mentre bevo il caffè mi ricordo di quando a sei anni ho partecipato alla mini marcia di Topolino. Fino a qualche anno fa ricordavo a memoria il numero del pettorale che indossavo. Ora non lo so più. Non conosco il numero che mi è stato assegnato nella sacca gara di oggi e non me ne importa nulla, nonostante la mia avversione per i numeri pari. Tanto sono sicura che di numero pari si tratterà.

Dopo essermi lavata i denti mi accorgo con orrore di aver macchiato la maglia della gara con il dentifricio. Cerco di rimediare alla meglio infilando sopra il pettorale per nascondere tutto. Mentre lo allaccio penso che solo la sera prima volevo googlare ‘come si indossa un pettorale’. L’ansia fa davvero brutti scherzi.

Mi trucco prima di uscire di casa. Certo non sto andando a una sfilata ma non posso affrontare migliaia di persone senza un filo di trucco, che diamine, senza neanche un po’ di mascara.

Già, il mascara. Non è waterproof e presto avrò le sembianze di un panda. Ma non ho tempo di toglierlo. Esco e prendo la bici per andare all’appuntamento con il gruppo di allenamento della Stramilano.

Ovviamente mentre pedalo, il minimo che posso pensare è: ‘E se buco una gomma come faccio? Semplice, lascio la bici e inizio a correre, arrivo a destinazione già stanca e addio Stramilano’.

Invece non buco nessuna gomma, raggiungo il gruppo e mentre inizio a chiacchierare e rivedere le facce familiari della domenica mattina, finalmente mi rilasso.

Per poco però. Arriva un messaggio del mio amico Giovanni: mi sta raggiungendo. So già che avrà chiuso almeno due locali la sera prima e avrà dormito al massimo un paio d’ore e che si presenterà con una felpa grigia anni ’80.

Io correrò tutto il tragitto con accanto uno dall’aria sconvolta che indossa una felpa grigia anni ’80.

Quando lo vedo arrivare da lontano capisco che la felpa è il minimo dei problemi. Oltre a quella, indossa anche un berretto di lana pesante che attira l’attenzione di tutti. E quando si avvicina esordisce con: “Qualcuno ha una sigaretta?”.

Eccolo Giovanni, è arrivato.

Ci avviamo verso la partenza con il coach Calogero, ma prima facciamo qualche giro di corsa in piazza Duomo con tanto di allunghi per riscaldarci.

Dopo tre giri Giovanni mi dice: “Voi siete pazzi io non ho già più fiato, non potete aspettare di iniziare la gara per correre, come fanno tutti?”.

Lo perdo. Lo ritrovo alla partenza pochi secondi prima che il rumore nel cannone rimbombi nell’aria. Ci guardiamo in segno di assenso e iniziamo la corsa fianco a fianco e così resteremo fino alla fine. Infatti perdiamo subito il gruppo e il coach, rimanendo notevolmente indietro.

Ma in compenso intraprendo la mia prima gara correndo accanto a un tizio strano con la felpa pesante (che toglierà solo al sesto chilometro) e con il cappello di lana (che toglierà all’ultimo chilometro).

Dopo migliaia di metri di corsa, concentrazione e silenzio, gli dico che se vogliamo stare sotto l’ora dobbiamo accelerare. Così corriamo l’ultimo chilometro come se stessimo per perdere il treno. Ci sentiamo degli eroi che stanno per compiere un’impresa impossibile.

Ma presto, con somma delusione, ci accorgiamo che a 10 metri dalla fine siamo costretti a fermarci, c’è un ingorgo di gente e dobbiamo stare in coda ad aspettare di tagliare il traguardo come delle tartarughe.

Quando in realtà sognavamo entrambi di essere acclamati e fotografati da tutti mentre sfrecciavamo verso l’arrivo.

Vabbè, Giovanni, sarà per la prossima volta.

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