Pacemaker si o no? Dalla parte di chi corre da solo

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Quando sei in gara in una maratona, tutto quello che potrebbe esserti di aiuto a tenere il tuo passo lo vorresti dalla tua parte. Sai bene che la preparazione dei mesi precedenti e le condizioni fisiche restano i cardini attorno ai quali gireranno le lancette del tuo cronometro mentale.

Per completare lo scenario si dovranno aggiungere: le condizioni climatiche e il tipo di percorso. Di fatto, se tutto è dalla tua parte, e stai correndo una gara con dei buoni ristori, regolari e abbondanti, non ti servirà molto altro.

Allora i Pacemaker a cosa servono?

Nelle maratone italiane ci sono i pacer, atleti che corrono con i palloncini sulla testa su cui c’è scritto il tempo entro il quale finiranno la gara. Accompagnano al traguardo gruppi grandi o piccoli di runner a un passo che nelle migliori condizioni è sempre costante.

Il resto dei partecipanti alla gara corre per i fatti propri, senza la necessità di essere incitato e sostenuto da altri maratoneti.

Partiamo da una considerazione: quasi sempre i pacer aiutano. Ma forse non se ne sta facendo un uso esagerato? Perché in tanti vogliono fare i pacer? Per non pagare il pettorale? Per vanità? Possibile che tutti i pacer credano in quello che stanno facendo?

Oggi vogliamo stare dalla parte di chi corre da solo. Di coloro che giungono al traguardo senza distrazioni, facendo mentalmente forza solo su loro stessi.

Quando sei sul percorso di una maratona, ti crei dei punti di riferimento personali, basati spesso sulla tua esperienza se sei un runner evoluto, o del tipo di tracciato se sei alle prime armi. Mentalmente ti crei dei traguardi intermedi, come i ristori, le zone della città, e ovviamente, in primis, la tua energia a disposizione.

Il problema con i pace maker è principalmente di natura psicologica e nasce quando ti vedi passare accanto e poi superare dai gruppi di atleti a loro seguito.

Il sorpasso avviene ad un passo ovviamente superiore al tuo. Mentalmente la situazione è devastante, in quanto hai preso coscienza che la crisi si sta mangiando il tuo tempo, che hai rallentato e che sarà difficile, se non impossibile, recuperare i minuti preziosi persi.

Nasce una faida con te stesso, entri nell’ottica di non aver fatto il tuo dovere, da cui il crollo.

Poi c’è una questione più di natura logistica ed è quando tu devi sorpassare i gruppi dei pace maker, in particolare nelle maratone più partecipate, dove per precederli devi aumentare la velocità, con evidente rischio di affaticamento ogni volta.

Oppure accade che i pacer stiano recuperando tempo con uno “strappo”, come si dice in gergo, correndo più veloci della media a cui sono partiti e facendoti perdere, di conseguenza, il tuo punto di riferimento tachimetrico.

In questo stato di cose, considerando che i gruppi di maratoneti al seguito dei palloncini colorati sono una piccolissima parte della gara, i pacemaker sono sempre utili?
O forse non sarebbe il caso di usarli solo per prestazioni oltre le 5/6 ore? Facendo un po’ da motivatori, un po’ da psicologi, in tal modo aiuterebbero molti partecipanti a finire entro il tempo limite, dissuadendo con dolcezza, quanti, con evidente difficoltà, non la finirebbero.

Inoltre oggi molti runner impostano il pacer individuale sul proprio GPS con gli scostamenti dalla media impostata, ottimamente gestiti e più affidabili di umane cadenze, di fatto la tecnologia soppianta l’uomo.

Nelle grandi manifestazioni straniere non sempre ci sono, è una caratteristica italiana. La loro presenza va a braccetto con l’approccio competitivo al running di noi tutti.
E la questione è sempre la stessa. Quando finisci una maratona in Italia in tanti ti chiedono: “quanto ci hai messo?”. Porti a termine una gara all’estero e tutti ti chiedono “ti sei divertito?”.

Allora, non sarebbe meglio correre con il proprio tempo e basta, seguendo il palloncino ideale che gonfi a ogni respiro?

Buon passo a tutti

Marco Raffaelli