A volte Strava dice che hai corso 9,82 chilometri, ma non dice che ti sei disperato quando hai capito che mancavano solo 180 metri a farli diventare 10, né che hai valutato seriamente l’idea di cancellare i dati per aver terminato l’attività, senza prima gironzolare su te stesso per concludere a cifra tonda e chiudere bene la storia.
Non dice che hai scelto l’orario giusto, il percorso più elegante, quello che non ti costringe a fermarti troppo spesso, perché un allenamento può anche essere faticoso, ma almeno deve essere presentabile. Come una serata venuta male che però nelle foto in Instagram sembra riuscitissima.
Strava non dice che il vero allenamento, oggi, non finisce quando smetti di correre, ma quando guardi i numeri e decidi se meritano il pubblico. Li osservi come si osserva una pagella: abbastanza buoni da essere mostrati? O meglio pensarci?
E così impariamo a correre in modo strategico, con piccoli aggiustamenti che nessuno ammette ma che tutti riconoscono. Il chilometro iniziale lento perché “tanto è riscaldamento”. La pausa al semaforo che sparisce magicamente. L’accelerazione finale degna di Bolt, del tutto inutile dal punto di vista fisiologico, ma fondamentale per abbassare la velocità media. Non per migliorare, ma per sembrare migliori.
Strava non dice che, a forza di scegliere cosa mostrare, abbiamo trasformato la corsa in una narrazione. Le corse brutte spariscono. Gli allenamenti mollati a metà non esistono. I giorni no diventano “easy run rigeneranti”. Non stiamo mentendo, ci diciamo. Stiamo solo raccontando la versione migliore di noi stessi, quella che non sbaglia mai, non rallenta mai, che non ha dubbi.
E poi c’è quella cosa divertente che tutti notano e nessuno prende davvero sul serio: l’idea che Strava sia diventato una specie di Tinder per runner. Non lo è, ovviamente. Nessuno scorre profili dicendo “troppo lento”, “carino ma poco costante”, “ritmo interessante, ma solo su distanze brevi”. E invece…
Succede qualcosa di vagamente simile. Si seguono persone mai incontrate. Si riconoscono dagli orari. Si nota chi corre sempre nello stesso parco. Si mette kudos con una generosità che va oltre il semplice “bravo”. È più un gioco di sguardi digitali che un vero flirt, una specie di educata curiosità sportiva che si ferma sempre un passo prima dell’imbarazzo.
Strava non è una dating app. È solo un posto dove le persone mostrano il loro lato più disciplinato, più coerente, più presentabile. E questo, inevitabilmente, rende tutti un po’ più interessanti. Non perché si stia cercando qualcuno, ma perché si sta mostrando qualcosa. Costanza, determinazione, abitudine. Tutte qualità che, guarda caso, funzionano bene sia nello sport che nella vita.
Il problema non è che qualcuno possa guardare. Il problema è quando iniziamo a correre come se stessimo sempre sotto osservazione. Quando ogni segmento diventa una piccola arena, ogni corsa una dichiarazione implicita di valore, ogni numero una misura di quanto siamo stati bravi oggi. Strava non dice che dietro quei numeri perfetti spesso ci sono corse fatte senza ascoltarsi, solo per mantenere una narrativa coerente.
E allora mi chiedo: se Strava smettesse di esistere domani, correremmo allo stesso modo? Accetteremmo i giorni lenti, le corse storte, i ritmi che non fanno venire voglia di essere condivisi? O ci siamo abituati così tanto a raccontarci attraverso i numeri da non sapere più cosa vale la pena tenere solo per noi?
Più che rovinare la corsa, Strava la rende giudicabile. E quando qualcosa diventa giudicabile, smette lentamente di essere libera. Non perché non sia più nostra, ma perché iniziamo a correrla pensando a come apparirà, invece che a come ci farà sentire.
Cosa ne pensate?
Cristina
