Race Across Limits: l’impossibile che diventa possibile

Vivere non significa aspettare che passi la tempesta, ma imparare a danzare nella pioggia (Ghandi)

Quando la vita ti mette alla prova hai sempre un bivio davanti a te. Puoi scegliere di lasciarti trasportare inerme dal dolore e stare a guardare. Oppure puoi decidere di essere forte e reagire, prendendo la direzione che decidi tu ricominciando tutto da capo. Come ha fatto Sabrina che ha scelto il triathlon per rinascere. O forse il triathlon ha scelto lei.

La incontro per un caffè e mentre inizia a raccontarmi la sua vita mi viene la pelle d’oca. Sabrina è una grande donna, come poche ce ne sono, e io ho avuto la fortuna di conoscerla.

Quando e come è cambiata la tua vita?

Dieci anni fa stavamo festeggiando Ferragosto e proprio in quel momento pensavamo di avere tutto, un bel lavoro, un matrimonio felice, gli amici. A un certo punto mio marito me lo ha anche detto: “Non posso desiderare altro”. È stata una bellissima giornata. Poi a mezzanotte un tuffo nel lago con gli amici ha cambiato la nostra vita, quella mia e di mio marito, che da quel tuffo ne è uscito tetraplegico. L’impatto gli ha provocato una lesione midollare e ha perso l’uso di tutti e quattro gli arti.

Il primo anno Davide lo ha passato in ospedale, un anno in cui ho dovuto lasciare la mia attività per seguire lui e stargli vicino. È stato un periodo davvero difficile in cui più volte ho pensato di non farcela ad affrontare tutto questo. Ero diventata le sue gambe, le sue braccia e anche la sua testa.

La vita è comunque andata avanti. Davide era tornato a lavorare nell’azienda di famiglia. Ma ovviamente niente era più come prima. Pochi stimoli, poca voglia di fare e di vivere. Da parte sua soprattutto, ed era comprensibile. Per stare lontana con la testa dalla situazione ero diventata un’automa, avevo iniziato a lavorare 12 ore al giorno sabati e domeniche comprese. Volevo che le giornate durassero il meno possibile.

Come nei sei venuta fuori?

Un giorno ero a Nizza, nel 2012, e stavo passeggiando all’alba sulla spiaggia. Ho visto delle persone con la cuffia e la muta che scrutavano il mare, nell’attesa di tuffarsi tutti insieme. Una situazione surreale, non era ancora giorno. Mi sono trovata davanti all’Ironman. Ho avuto una scossa, come una scarica di adrenalina. Come se in quel momento mi fossi svegliata da un lungo torpore. Da quel momento mi sono detta: “Anche io voglio essere un Ironman”, senza neanche sapere cosa fosse…

Un amore a prima vista insomma…

Assolutamente si. Ho iniziato ad allenarmi scoprendo di avere forze che non credevo di avere. E del resto con quello che avevo passato fino a quel momento, potevo non essere in grado di fare un Ironman? Questione di resilienza. Ho iniziato a fare triathlon 3 anni fa, a giugno 2015 ho fatto il mio primo mezzo Ironman a Pescara in condizioni meteorologiche pazzesche. Appena finito quello, ho preso la decisione di fare il mio primo Ironman. La preparazione è iniziata nell’autunno di quell’anno, ho fatto altre gare e nel 2016 a Zurigo ho finalmente fatto la distanza completa. Ero così carica, allenata e presa da questa gara che non ho sofferto per niente.

Tuo marito come l’ha presa?

Davide da subito non ha visto di buon occhio questa cosa, anche perché ho iniziato a frequentare un mondo soprattutto maschile. Lui aveva paura che confrontassi la sua situazione con quella degli altri e decidessi di andarmene. Così la scossa, indirettamente, è arrivata anche a lui e ha iniziato a riprendersi la sua vita. Ha preso la patente, ha ripreso a guidare, ha cominciato ad accompagnarmi alle gare e ad essere sempre più autonomo. L’anno scorso ho fatto il mezzo Ironman a Cannes ed eravamo da soli. In genere viaggiamo sempre con qualche amico che poi lo accompagna in campo gara. In quell’occasione se l’è cavata da solo. Io ho gareggiato con il pensiero che non ce la potesse fare. Invece mentre correvo l’ho visto mentre mi faceva il tifo. Questa cosa mi ha dato una carica pazzesca e lui si è sentito importante.

È stata una rinascita per entrambi. Per me è stato cruciale il fatto che lui mi abbia assecondato e appoggiato, perché avevo bisogno anche io. Mi ero annullata completamente negli ultimi anni. E vedere la sua voglia di reagire mi ha dato ancora più motivazione.

Lui è rinato di riflesso, ma soprattutto siete tornati a condividere qualcosa…

Si esatto. Anche quando devo fare il calendario gare, valutiamo e decidiamo tutto insieme. L’anno scorso mi sono qualificata per i mondiali del mezzo Ironman e siamo partiti da soli per l’Australia. Lì ci aspettavano degli amici ma il viaggio da soli, con la bici, i bagagli e la carrozzina non è stato semplice. Siamo stati via tre settimane, i problemi non sono mancati poiché lui ha avuto una piaga da decubito che gli è passata solo recentemente. Però è stata un’esperienza che ci ha arricchito molto a livello personale. Lui da allora si sente più capace, ha più fiducia in se stesso e sa che se vogliamo possiamo andare ovunque.

Parlami di Race Across Limits, quando è nata questa idea?

Mi è venuta l’estate scorsa mentre preparavo l’Ironman di Nizza. Io mi alleno sempre da sola perché mi sento più libera. Spesso al mattino esco di casa alle 4:30 col buio e rientro a casa a mezzogiorno. In una di queste uscite mentre pedalavo pensavo: “Ok, faccio il secondo Ironman, ma per cosa? Per una medaglia? Perché non fare qualcosa di più utile e costruttivo, come aiutare qualcuno?”. A giugno avevo conosciuto questa associazione di osteopati di Pescara, la Fondazione C.O.ME Collaboration Onlus, che sta portando avanti un progetto finalizzato alla cura osteopatica dei neonati e bimbi disabili, gratuitamente. I trattamenti osteopatici se effettuati su neonati e bambini sono in grado di migliorare gli stadi di disabilità sia fisici che mentali. L’associazione pratica sia in Italia che all’estero. Sono ragazzi giovani e ci mettono del loro. Ho sposato immediatamente questo progetto e ho deciso di aiutarli.

Ho ideato così il mio progetto. Una dimostrazione che qualsiasi sfida è superabile, anche la disabilità, che è un limite a tutti gli effetti. Un limite non tanto fisico perché quello si supera, ma è tutto quello che c’è dietro la disabilità, che non si conosce fino a quando non se ne è colpiti personalmente.

In cosa consiste?

Race Across Limits sono 2.200 km in bici che farò a partire dalla Brianza fino a Santiago de Compostela. Attraverso il Piemonte, arriverò in Costa Azzurra e la percorrerò tutta fino a Lourdes e poi da lì andrò verso Santiago. Partirò il 14 luglio 2018. Diciotto giorni, diciotto tappe, la più corta da 85 km e le altre da 120/140km, che all’inizio avevo deciso di affrontare da sola con un mezzo di supporto, ma poi ho incontrato tanta gente che si vuole unire. Ci sarà un camper che ci seguirà, avremo uno sponsor di integratori che ci fornirà i prodotti, un osteopata e un fotografo/videomaker.

Possono partecipare tutti?

Si, l’andatura sarà quella ciclo-turistica alla portata di tutti, non è una gara è una raccolta fondi. Si può pedalare con la mountain bike o la bici elettrica anche. Lo scopo è la raccolta fondi e stare in compagnia. Chi vuole unirsi a una tappa può farlo facendo una donazione minima di 100 euro all’Associazione. In cambio avrà l’assistenza e l’integrazione durante il percorso. Devo dire che questo progetto sta ispirando anche molte persone che per l’occasione hanno ripreso ad allenarsi dopo tanto tempo.

La raccolta fondi come avviene?

Ci sarà prestissimo un sito internet dedicato dove si potranno trovare tutte le tappe con chilometraggio e altimetria per decidere a quale aderire. Ci sarà la possibilità di “Partecipare” o soltanto “Sponsorizzare”. Intanto chi volesse donare può farlo direttamente dal sito della C.O.ME Collaboration Onlus (qui) o dalla loro pagina Facebook (qui). Abbiamo già raccolto una buona quota ancora prima di iniziare. C’è molta gente, sponsor compresi, che realmente crede in me e nella riuscita di questo progetto e mi sta già chiedendo se ho qualcosa in mente per il 2019. Riusciremo anche a dare una sorta di pacco gara a chi partecipa con la maglia dell’evento compresa.

Tuo marito Davide ti accompagnerà?

Si, farà alcuni tratti in handbike, quello per arrivare a Lourdes e qualche tratto pianeggiante della Costa Azzurra. Sta iniziando ad allenarsi anche lui. Si sente molto coinvolto e mi sta dando un grande aiuto ad organizzare tutto.

Questa passione per il triathlon ti sarebbe venuta ugualmente se la tua vita non avesse preso questa piega?

Probabilmente no. Prima che mio marito diventasse tetraplegico io ero una perenne insoddisfatta, mi stancavo di tutto. Forse perché era tutto semplice. E invece adesso che le cose me le conquisto, quello che faccio mi dà una gioia incredibile, altrimenti non potrei allenarmi dalle 20 alle 25 ore alla settimana (nei periodi di maggior carico) pur essendo un amatore. Ma io, come tanti altre persone che si buttano in questa disciplina, ho dietro una storia che mi sta aiutando ad affrontare questa esperienza al meglio. E per questo mi reputo molto fortunata.