Storie MICSate: La scalata al monte San Primo

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È sera tardi sui monti che sovrastano il lago di Como e la splendida Bellagio. Sono le 22 di un giorno di festa con tanti ospiti e una casa da sistemare. È ferragosto e la signora Maria è appena uscita dalla porta della sua villetta che dà sulla strada che porta a valle, da un lato, e verso il bosco del monte San Primo, dall’altro.

Ma facciamo un salto indietro, alle 17 di quello stesso giorno, sulle colline di Guello.

La giornata è volata via piacevolmente, tra amici e tanto buon cibo: su tutti, un pentolone di pasta e fagioli con le cozze che io ho preparato in mattinata e che è stato gradito da tutti, il bulgur col pesto di Maria Teresa e il crumble di Loredana. Si potrebbe essere appagati così, aggiungendo magari un momento di relax in giardino per godere degli ultimi raggi del sole o, esagerando, una passeggiata nel boschetto attorno a casa.

Ma, come spesso capita a noi runner quando si sfora con le calorie, o si è corso prima e allora ci si sente a posto con la coscienza, oppure bisogna farlo nel più breve tempo possibile, per rimettersi in pace con se stessi. Solo chi corre può comprendere questo folle impulso.

Vista l’ora, Maria Teresa, Loredana ed io optiamo per una cauta salita in auto fino al parcheggio del Monte San Primo, otto chilometri di tornanti, per poi proseguire con una corsetta-camminata sul sentiero che dal parcheggio conduce al rifugio Martina. Venti minuti, poca cosa, per chiudere una giornata rilassante con gli occhi pieni di montagne e cielo. Ovviamente, eravamo in rigoroso abbigliamento da runner, per non rischiare che ci scambiassero per avventori della domenica.

Una bella passeggiata, che completiamo diligentemente. Poco prima delle 19 siamo alla meta, da dove possiamo godere di un panorama mozzafiato che permette di abbracciare i due rami del lago. Fa freschetto a Capanna Martina, ma è stato troppo semplice, troppo breve e troppe le calorie che ancora sono in saldo positivo… Ci guardiamo. E se scendessimo correndo? Non so, magari saltellando su un piede con uno che ti prende a schiaffi sul coppino! Potrebbe bastare?

E se invece facessimo ritorno alla macchina passando dal monte San Primo”, propone Maria Teresa.

Non sapendo neppure cosa fosse il monte San Primo, io Lory ci affidiamo alla padrona di casa che ci indica il percorso che ha in mente. Facciamo tutte le domande di rito – Quanta strada c’è? La salita è ripida? Il percorso è allenante? – Ma abbiamo già un sorriso folle stampato in viso alla sola idea di buttarci. Le rassicurazioni di Maria Teresa sulla brevità del percorso e sulla sua fattibilità sono più che sufficienti per farci incamminare.

“Ragazzi, si sale da qui e si scende dal lato opposto, allunghiamo di poco…”.

Ora, l’attento lettore si chiederà se qualcuno avesse chiesto a Maria Teresa se per caso aveva mai fatto prima quel percorso. La risposta è no, nessuno glielo ha chiesto.

Torniamo un attimo alla signora Maria, che abbiamo lasciato indaffarata a rassettare casa dopo i festeggiamenti di ferragosto. Sono le 22 circa, fa freddo adesso sul San Primo e Maria si mette qualcosa addosso per uscire un attimo in giardino a gettare la spazzatura…

I nostri tre runner si incamminano allegramente sul sentiero nel bosco e come tre fanciulli in un negozio di caramelle si scambiano ammirati impressioni sul panorama e sulle varie specie botaniche che si trovano lungo il percorso. La strada si va facendo sempre più ripida e faticosa, non si vede la fine. Qualche dubbio ci assale, e cala il silenzio. Anche Maria Teresa è stupita: “Mi avevano detto che era una passeggiata!”. Io e Lory abbiamo così scoperto che anche per Maria Teresa era la prima volta…

Nel silenzio ci arrampichiamo – perché di arrampicata si tratta! – fino alla cima del monte San Primo.

Che dire, la fatica viene abbondantemente ripagata del panorama che si gode da lassù, ma il tempo per goderne è poco, le 20:00 sono passate e noi dobbiamo tornare alla macchina.

Sulla cima incontriamo un fotografo, posizionato in attesa dei fuochi d’artificio che illumineranno il lago in quella serata di ferragosto. Iniziamo a scambiare due parole.

Per toglierci di torno, probabilmente (andare in serata a più di mille metri per scattare fotografie in totale solitudine e vedere sbucare dal bosco tre persone che sembrano appena uscite dalla copertina di Runner’s World non deve certo avergli fatto piacere), indica a Maria Teresa la strada più breve per tornare alla macchina, la quale continua ad annuire. Tutto chiaro quindi, io e Lory ci rassereniamo.

Ci avviamo, perché da lì a un’oretta al massimo avrebbe fatto buio. Il fotografo ci rassicura: tra mezz’ora saremo alla macchina.

Ci incamminiamo lungo il crinale di un colle e pensiamo bene di avvisare Titta, marito di Maria Teresa, che ci ha salutato due ore prima augurandoci buona passeggiata. Sono le 20 circa. Titta è a casa da solo. Tutti gli ospiti sono andati via da tempo e la moglie con i suoi amici è andata a fare due passi prima di cena. Sta fumando la sua pipa, il Titta, quando proviamo a chiamarlo… ma non c’è campo lassù, si può solo provare a mandargli un sms così, appena c’è linea, gli arriva. “Digli che va tutto bene e che arriviamo”, ordina Maria Teresa.

STIAMO SCENDENDO DA CAPANNA MARTINA, ARRIVIAMO.

Il messaggio arriverà al Titta pochi minuti prima delle 21, dopo innumerevoli tentativi di contatto.

Intanto, tra una risata e l’altra, dopo circa mezz’ora di cammino, ci imbattiamo in un cartello che ci indica il parcheggio auto a 45 minuti.

L’attento lettore a questo punto starà capendo che qualcosa non va. Se il fotografo indicava in mezz’ora il tempo di percorrenza, se ci siamo incamminati già da mezz’ora, come è possibile che manchino ancora 45 minuti? Loredana, con un acume degno di Sherlock, ci fa notare da subito questo particolare, ma siamo sul percorso indicatoci, dobbiamo avere fiducia!

Ormai è quasi buio e il mio telefono ha la batteria al 24%. Bisogna accendere la torcia, non si vede più niente.

Ecco, al buio, in montagna, sul crinale di un colle, manifesto la mia paura, che quel campanellaccio che sento da molti minuti si materializzi di fronte a me sotto forma di un’enorme mucca. L’esprimere questo mio timore alle mie compagne di avventura crea molta ilarità… ancora oggi non ne comprendo i motivi. Qui non si tratta di avere paura delle mucche, ma di temere una mucca che non vedi e che senti a pochi metri da te, che si potrebbe spaventare e con una culata farti ruzzolare giù per il colle!

Vi vorrei vedere con una mucca al buio in una stanza…

Indovinate? Un centinaio di metri e ci troviamo nel bel mezzo di uno zoo, mucche come se non ci fosse un domani, tori, asini, cavalli e capre che illuminiamo col sottile fascio della torcia del mio telefono. A questo punto la mia preoccupazione, ovviamente salutata da un nuovo boato di risate delle mie socie, viene rivolta alle pecore. Mi domando… speriamo che non incontriamo pure un gregge di pecore, non tanto per le pecore ma per la possibilità che ci sia qualche bel maremmano a proteggerle. “Ma secondo te, in montagna, ci sono le pecore? Mai vista una pecora in 50 anni che vengo qui!”. Superfluo dirvi chi mi ha deriso…Finiscono le mucche e la Sardegna si materializza di fronte a noi…BEE BEEE BEEE…Ringraziando il Signore, dei cani nessuna traccia.

Il Titta fuma nervosamente la sua pipa, sono le 21.15 e non è ancora riuscito a mettersi in contatto con noi. Medita di chiamare i Carabinieri.

Giungiamo a un bivio, perfettamente consapevoli di essere leggermente nella emme e, da lì a poco, premdiamo la decisione che ci eviterà una notte all’addiaccio in montagna. Propongo di seguire una pista segnata per mountain bike che, al netto dello sterrato e del percorso scosceso, dovrà portare sicuramente da qualche parte, sicuramente a valle. Non è possibile seguire il sentiero: è troppo fioco il fascio luminoso e troppo alto il rischio di perderci.

L’attento lettore starà commentando: “Ancora non l’avevate capito di esservi persi?”. No, amico lettore, questa ammissione non arriverà mai, preferiamo dire che abbiamo allungato il percorso!

DRIIN DRIIN… chiamata dal TITTA.

Rispondo, finalmente c’è linea ma forse era meglio che non ci fosse. Troppe urla dall’altra parte, passo il telefono a Maria Teresa, la quale, con una calma olimpica frutto di anni di convivenza, gestisce il panico del marito che minaccia l’invio di una squadra di soccorsi, una prospettiva che riesce ad allontanare patteggiando una tregua di mezz’ora per rientrare a casa.

La telefonata porta la batteria al 18%.

Scendiamo dalla pista di mountain bike, tra una scivolata e un urlo di Maria Teresa che mi chiede di non correre. È buio pesto, la luce del telefono riesce a illuminare circa due metri di strada davanti a noi. Proseguiamo come una sola persona, con Lory aggrappata in stile koala alla mia spalla sinistra e MT che, quando può, si attacca alla mia catenina da dietro. Ridiamo, ridiamo tanto, perché la situazione è surreale. Ma che ci facciamo noi tre, in mezzo a un bosco in una notte di ferragosto? Forse ridiamo per farci coraggio, per mostrare sicurezza, controllo… ma la speranza è di non dover chiamare i soccorsi.

Come un’oasi nel deserto, una struttura di chiara fabbricazione umanoide si erge davanti a noi! Evviva, è il bar degli impianti di risalita!

CHIUSO

Incoscienti! Ma come si fa? Questi non sono normali!

Il Titta ha appena finito di parlare con la moglie e ha scoperto che si trova in montagna al buio e che si è persa con quei due esauriti dei suoi compagni di corsa. Si mette qualcosa addosso ed esce di casa, è nervoso e molto preoccupato.

La Signora Maria è fuori di casa, nel suo giardino. Volge un attimo lo sguardo verso il terrapieno che da casa sua conduce nel bosco. È buio, ma improvvisamente vede tre persone uscire dalla vegetazione, all’altezza della pista di mountain bike. Uno accanto all’altro, si tengono sotto braccio e si fanno luce con un telefonino. Quello che però più la incuriosisce è lo strano abbigliamento di quei tre, che indossano pantaloncini sgambati, magliette sgargianti e scarpe che riflettono la luce della piccolissima torcia… insomma, non proprio tre alpinisti. La signora Maria rientra in casa e avvisa il marito, implorandolo di crederle e di uscire fuori a vedere. Finalmente l’uomo si alza, sbuffando esce di casa, guarda verso il bosco e…

Il bar è chiuso ma, poco distante, udiamo finalmente il rumore delle auto, e poi finalmente una casa, illuminata, ci siamo, siamo salvi!

Scorgo una donna fuori di casa, che rientra nell’appartamento subito dopo, ma sono sicuro che ci ha visto. Ci lasciamo la casa alle spalle e ci dirigiamo verso la strada, sicuri che in ogni caso chi abita in quella villetta ci potrà essere d’aiuto se la strada non dovesse essere la nostra.

Il Titta è in auto, corre sui tornanti che portano al parcheggio del rifugio Martina, incontra un uomo e gli chiede dove inizia la pista per le mountain bike. Il suo panico aumenta quando scopre che da quei colli partono decine di piste!

“Non c’è nulla, Maria”, esclama l’uomo. Rientra in casa.

Eccola la strada, le nostre scarpe da corsa sull’asfalto. “State a bordo strada che arriva una macchina!”, esclamo. I fari di un folle a bordo di un’auto ci illuminano. Udiamo una frenata brusca. È un’Audi grigia. Lo strusciare del vetro che si abbassa… e il Titta è di fronte a noi! Nessuno potrà mai ripetere quello che ha proferito in venti secondi, per poi girarsi e ripartire a folle velocità verso casa schivando un cervo e lasciandoci senza parole… e soprattutto senza darci un passaggio.

La macchina è vicina, torniamo a casa, sono le 22.30.

Non oso entrare in casa, nel tentativo di evitare l’inevitabile ulteriore cazziatone del Titta. Nonostante abbia tergiversato per molti minuti, al mio ingresso mi rendo conto che nulla potrà fermarlo. Con una certa dose di codardia, io e Lory decidiamo di abbandonare i coniugi al loro destino e, dopo averli salutato come dei ladri, partiamo verso Milano.

Le calorie sono state abbondantemente consumate.

Maria Teresa ha scoperto in questi giorni che la fuga verso Milano è stata pianificata da me e Lory sul pianerottolo del primo piano di casa sua verso le 23.00.

La Signora Maria probabilmente si starà ancora chiedendo se è stata testimone di un incontro ravvicinato del terzo tipo, suo marito invece, se è il caso di farla vedere da uno bravo.

Lory mi ha mollato il braccio in Piazzale Lotto verso l’una di notte.

IL TITTA HA AVUTO ANCORA UNA VOLTA CONFERMA CHE MARIA TERESA È LA SUA VITA.