Tokyo Marathon e quell’atto d’amore lungo due chilometri

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Ho iniziato a correre ‘seriamente’ nel 2014, mi trovavo al parco milanese di Trenno con un gruppetto di amici. Per me era davvero uno svago, mentre l’ipotesi di partecipare a delle gare mi metteva ansia. Mi sono sempre detta ok, vado a correre, ma solo per il semplice piacere di farlo, e non mi iscriverò ad alcuna gara. Dopo tre mesi mi ero già iscritta alla mia prima mezza maratona e nell’aprile e del 2015 è arrivata la prima maratona.

È stato subito amore. O malattia, come direbbe qualcuno. Comunque, da quella prima volta ho capito che la maratona è la mia gara, la mia distanza ideale, forse perché mi prendo tutto il tempo che voglio, in maratona sono io, con le mie gambe e la mia testa, soprattutto. Da lì a poco mi è balenata l’idea di voler correre le six major , motivo per cui il 25 febbraio mi sono trovata sullo start della Tokyo Marathon, la mia quinta major.

Arrivati a Tokyo il 23 febbraio con 3 amiche (Elena, Georgiana e Simona) e mio figlio Stefano, ci siamo resi subito conto di essere stati catapultati in un altro mondo, un mondo meraviglioso, come quello dei cartoni animati. Tokyo è una città sicura, puoi addormentarti in metropolitana, come del resto tutti i giapponesi fanno, e puoi stare certo che al risveglio non ti mancherà nulla di tuo. I bambini vanno a scuola da soli fin da piccoli; è una città pulita, non ci sono cestini per la spazzatura per le strade perché la pattumiera se la portano a casa; hanno un rispetto del bene pubblico che noi ce lo sogniamo; un’educazione che ti lascia basito e che ti fa pensare di essere un buzzurro.
Tokyo è: 23 circoscrizioni, una completamente diversa dall’altra, tematica; la tessera Pasmo, i gabinetti con tutti i pulsanti che devi studiare prima di entrarci; il karaoke, la coda ordinata ovunque (d’altra parte sono 12.800.000), l’inchino, gli asciugamani nella borsa perché nei bagni non ci sono le salviette per asciugarsele, i manga, i templi, gli omamori, ecc.
Tornando alla gara, quello che ti lascia sorpreso è l’organizzazione impeccabile, ci sono 4 volontari per ogni runner, e i partecipanti sono 36.000. Il percorso è fluido e molto dritto, ci sono tratti lunghi di 5 km. Andata e ritorno, attraversa tutta la città nei principali punti di attrazione. Ci sono poche bande ma tanti gruppi teatrali che danzano con le musiche e vestiti orientali; runner con i travestimenti più bizzarri, ho visto giraffe, zebre, panda, Pichachu e tanti altri.
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La mia maratona è andata benissimo fino al 40mo km, quando un giapponese, che probabilmente voleva buttare il bicchiere nel cestino, mi ha letteralmente travolta buttandomi per terra, di faccia.
Una volta medicata, ho rassicurato i medici che stavo bene. Non potevo pensare di essere arrivata quasi alla fine e rinunciare. Così ho terminato la maratona camminando. Ma non da sola. La mia amica Georgiana, passando nel punto in cui ero a terra ha riconosciuto le mie scarpe e si è fermata, sostenendomi poi fino alla fine. Georgiana era alla sua sesta major e ha terminato la sua gara per accompagnarmi fino alla finish-line. Non la ringrazierò mai abbastanza per questo.

Come sono stati quegli ultimi due km? Penso siano proprio stati 2.000 mt o poco meno, in cui a ogni passo ringraziavo Gesù per avermi mandato Georgiana, non ero più sola e in ogni istante mi chiedevo se avessi fatto bene, perché non avevo ragionato a mente lucida sul mio stato di salute (avevo tutto il viso insanguinato e i medici mi avevano detto di andare in ospedale, cosa peraltro che poi ho fatto. Però non avevo giramenti, nausea o mal di testa). Mentre mi medicavano ho solo pensato: “Cazzo questi mi fermano e io non posso fermarmi ora, devo finirla e prendere la mia medaglia”.

Sono stati due km interminabili, durati 18′ dove io e Georgiana ci guardavamo e piangevamo e poi ci stringevamo, e quando siamo arrivate e abbiamo preso la medaglia ci siamo abbracciate fortemente.
Per aspera ad astra…oggi non c’è frase più azzeccata per noi.
Stella Valerioti