Vedi Napoli e poi corri: il selfie definitivo dei MICS

Il vantaggio di preparare una gara in gruppo, è il gruppo. Gli allenamenti comuni, quella certezza di avere sempre qualcuno accanto e, anche se non puoi presenziare a un allenamento e corri da solo, chi ha già fatto quella fatica prima di te ti sta penando. E poi le trasferte, organizzare un viaggio, l’entusiasmo condiviso, cosa vedere, cosa mangiare, e trovarsi a fare il conto alla rovescia aspettando di salire su quel treno tutti insieme per una nuova esperienza di vita. Il vero senso della corsa per noi amatori.

Insieme al 2017 è finita anche un’altra settimana di preparazione alla Napoli City Half Marathon che si svolgerà tra un mese esatto. I MICS, in occasione del Capodanno, si sono divisi, qualcuno ha corso la 31 Run di Milano, qualcun’altra (una a caso), si è sparata svariati km sul tapis roulant in montagna (che strazio) e lunghe camminate nella neve. Una delegazione è andata a Roma a correre la We Run Rome, dove la regina del selfie, Cinzia, ha chiuso l’anno con la foto più significativa di sempre, espressione di un entusiasmo contagioso che si riflette ovunque si vada, ma in Trinità dei Monti, ancora di più.

Ora tocca a Gigi, che nel diffondere la cultura partenopea ci propone un detto tipico, una ricetta e cosa vedere a Napoli, se oltre al tempo della mezza, ve ne avanza anche un po’ per fare i turisti.

“Ogne’ scarrafòne è bèll ‘à mamma sòia”

Ogni scarafaggio è bello per sua mamma, antico detto napoletano reso famoso da una celebre canzone Di Pino Daniele, non ha bisogno di interpretazioni, la bellezza è un dato assolutamente soggettivo.

La ricetta

Il viaggio tra i piatti tipici della cucina partenopea ci porta questa settimana a scoprire un piatto composto da due ingredienti che sono diventati nell’immaginario collettivo una portata indivisibile, con un nome che risuona proprio come un detto, come un proverbio. Stiamo parlando di SASICCE E FRIARIELL.

È fondamentale dissipare il campo da qualsiasi equivoco in merito ai friarielli; essi sono le infiorescenze appena sviluppate della pianta della cima di rapa, molto simili a dei broccoletti. È una verdura tipicamente invernale, ed oramai è facilmente reperibile in tutti i banchi della frutta, finalmente indicata con il suo nome.

La ricetta è estremamente facile. In una padella mettiamo a soffriggere uno spicchio di aglio e una punta di peperoncino e vi aggiungiamo i friarielli precedentemente puliti (andremo a togliere la parte di gambo più legnosa) e lavati in acqua fredda per mantenerne il colore verde brillante.

In un’altra padella mettiamo a cuocere le salsicce che devono essere preferibilmente a punta di coltello (termine con il quale si identifica la salsiccia napoletana il cui impasto di carne è formato da tocchetti di carne e non da carne macinata) e si portano a cottura in olio sfumandole con vino bianco. La salsiccia può essere sgrassata forandola con una forchetta, ma in questo caso risulterà più dura.

A questo punto uniamo le salsicce ai friarielli ( che intanto si saranno ammosciati…) e il piatto è pronto.

Il consiglio è quello di non cuocere i friarielli col coperchio, in quanto l’acqua che si andrebbe a formare li farebbe bollire e non soffriggere. Per chi non gradisse la carne i friarielli sono un ottimo contorno, magari con una mozzarella di bufala.

Cappella Sansevero

Le origini della cappella sono da cercare nel lontano 1.600, quando, leggenda narra, un uomo, trascinato in catene per essere condotto in carcere, transitando da Piazza San Domenico Maggiore, in corrispondenza del giardino del Duca Di Sangro, vide un apparizione Mariana, alla quale fece voto di riconoscenza se nel corso del processo che avrebbe subìto, fosse stato riconosciuto innocente. Questo avvenne e l’uomo mise un’immagine sacra (oggi visibile sull’altare maggiore) e una lampada votiva proprio nel punto dell’apparizione, luogo che divenne subito meta di pellegrinaggio. In seguito fu lo stesso duca Di Sangro a chiedere grazia alla sacra effige, e ottenendola fece edificare una cappella, che con il figlio Alessandro divenne un vero e proprio tempio votivo destinato ad ospitare le sepolture della famiglia.

La cappella cosi come la conosciamo noi ha ben poco di quella edificata nel 600; infatti il restauro piu’ importante lo si deve alla volontà di Raimondo Di Sangro, settimo principe di Sansevero.

Che personaggio Raimondo Di Sangro, valoroso uomo d’armi, letterato, gran maestro della massoneria napoletana, prolifico inventore, alchimista e sperimentatore. Egli commissionò ai piu’ grandi artisti del momento il progetto di abbellimento della cappella, dal Corradini al Queriolo, da Sammartino a Persico e ancora a Russo (che affrescò la volta della cappella) e Celebrano. Nella cappella San Severo sono sicuramente raccolte le migliori opere che questi artisti hanno prodotto nella loro vita. Una su tutte è sicuramente il Cristo Velato, scultura di Giuseppe Sammartino avvolta da un alone di mistero; per molto tempo si è pensato che il velo di marmo che copre il corpo di Cristo, incredibilmente realistico, fosse opera del Principe di Sansevero, che, con abile maestria e con l’utilizzo di qualche diavoleria prodotta nel suo laboratorio, avesse marmificato un telo di stoffa. Le analisi hanno stabilito senza ombra di dubbio che si tratta di un unico blocco di marmo, fatto che rende questa opera di una bellezza sconcertante.

Altra particolarità sono le macchine anatomiche, due corpi, un uomo e una donna, realizzate da Giuseppe Salerno, con il sistema artero-venoso completamente integro. Questi inquietanti corpi suscitano ancora oggi stupore e mistero, non si comprende come abbiano fatto l’artista e il Principe San Severo a ottenere un tale risultato, conservando in maniera cosi perfetta l’apparato cardio circolatorio umano.

Mistero e massoneria, simbolismo e opere uniche, la Cappella Sansevero merita sicuramente una visita.

Si trova in via De Sanctis Francesco al civ. 19/21, nel cuore del centro di Napoli.

Luigi Ruscetta